Residenza Fiscale in Italia

Residenza fiscale in Italia: Quando si è considerati residenti fiscali in Italia

La residenza fiscale nel sistema tributario italiano è disciplinata dall’articolo 2 del TUIR, il quale al secondo comma prevede che: ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile.

I requisiti da considerare, affinché la residenza fiscale possa considerarsi in Italia sono quindi tre:

  • iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente;
  • domicilio in Italia;
  • residenza civilistica in Italia.

In prima battuta va sottolineato che i requisiti sono tra loro alternativi, e non cumulativi, ciò significa che basta la presenza di uno di essi affinché la persona fisica sia considerata residente fiscalmente in Italia.

Per quanto riguarda il primo requisito, ovvero l’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente, automaticamente comporta l’acquisizione della residenza fiscale in Italia. Si tratta di un requisito formale, che però genera la presunzione assoluta di residenza. Ciò significa che anche se la persona fisica in realtà viva all’estero per 365 giorni l’anno, qualora non abbia proceduto alla cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente, e quindi alla contestuale iscrizione all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), sarà comunque considerata fiscalmente residente in Italia, con la conseguenza che dovrà tassare in Italia tutti i redditi ovunque prodotti in Italia(in base al sopra ricordato principio della Worldwide taxation).

Per quanto riguarda gli altri due requisiti, ovvero il domicilio e la residenza ai fini civilistici, sono definiti dall’articolo 43 del codice civile. In particolare il domicilio è il luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi. Il secondo comma dell’articolo 43 definisce la residenza quale il luogo in cui una persona ha la dimora abituale.

Tralasciando il dibattito esistente in dottrina circa il domicilio e la residenza, si può affermare che il domicilio è il luogo in cui un soggetto pur avendo stabilito i suoi affari ed interessi, non presenzia necessariamente fisicamente. Diversamente, la residenza, essendo il luogo di dimora abituale, è il luogo in cui la persona presenzia per il maggior tempo fisicamente. Inoltre per individuare la residenza si fa riferimento al concetto di “centro degli interessi vitali” ovvero quel luogo in cui un soggetto ha stabilito non solo i suoi rapporti economici, ma tutti i rapporti attinenti alla sfera personale. Si può quindi pertanto affermare che il concetto di residenza risulta essere più ampio di quello di domicilio, potendo ricomprendere anche quest’ultimo,

Infine l’articolo 2 del TUIR indica un ulteriore requisito che bisogna tenere in considerazione per poter individuare la residenza fiscale in Italia, ovvero il requisito temporale. Occorre quindi analizzare cosa significa l’espressione “ per la maggior parte del periodo di imposta” e come tale periodo debba essere calcolato.

Occorre quindi determinare come si calcoli il “maggior periodo di imposta”. La circolare 201/1996 del Ministero delle Finanze ha stabilito che il calcolo dei giorni varierà a seconda che l’anno sia bisestile o meno, quindi nel primo caso i requisiti devono essere presenti per almeno 184 giorni nell’arco del periodo di imposta, mentre nel caso in cui l’anno non sia bisestile, il periodo sarà di 183 giorni.

L’OCSE ha elaborato il criterio per il calcolo dei giorni da tenere in considerazione per determinare se un contribuente abbia o meno varcato la soglia dei 183 o 184 giorni nel periodo di imposta.

Secondo  le  indicazioni  contenute  in  tale  documento e’  da  ritenere che i giorni di presenza fisica dovrebbero essere calcolati includendo:

 – una frazione di giorno;

 – il giorno di arrivo;

 – il giorno di partenza;

 – i sabati e le domeniche se vengono trascorsi nello Stato in  cui l’attivita’ viene esercitata;

 – i giorni festivi  se  vengono  trascorsi  nello  Stato  in  cui  l’attivita’ e’ esercitata;

 – i giorni di ferie  goduti  nello Stato  in  cui l’attivita’ lavorativa viene esercitata:

 a) prima dell’esercizio dell’attivita’;

 b) durante l’esercizio dell’attivita’;

 c) dopo la cessazione dell’attivita’;

 – le brevi interruzioni all’interno  dello Stato  in  cui  le  attivita’  sono svolte;

 – i congedi per malattia, a meno che  tale malattia non impedisca alla persona di lasciare il Paese quando avrebbe avuto, altrimenti, diritto  ad  essere ivi esonerata dall’imposizione sui redditi da attivita’ di lavoro dipendente;

 – i giorni trascorsi nel Paese  ove  e’  svolta l’attivita’  per  le  seguenti ragioni:

 a) decesso o malattia di un familiare;

 b) interruzione dovuta a scioperi o serrate;

 e) interruzione dovuta a ritardi delle consegne.

      Si e’  ritenuto invece di escludere:

 – la durata del tempo trascorso nel Paese in cui le attivita’ sono esercitate, in transito tra due luoghi situati al di fuori di detto Paese, se la durata e’ inferiore a 24 ore;

 – i giorni di ferie passate  al  di  fuori del Paese in cui sono esercitate le attivita’;

 – le brevi interruzioni (per qualsiasi motivo avvengano) che hanno luogo al di fuori del Paese in cui si esercita l’attivita’;